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La poesia di Fadwa Tuqan, voce della resistenza palestinese

“Mi basta morire sulla mia terra 

essere sepolta in essa  sciogliermi e svanire nel suo suolo 

e poi germogliare come un fiore 

colto con tenerezza da un bimbo del mio paese. 

Mi basta rimanere  nell’abbraccio del mio paese 

per stargli vicino, stretta come una manciata 

di polvere  ramoscello di prato 

un fiore” 

Fadwa Tuqan

 

In Palestina fare poesia non è solo una scelta artistica, significa contribuire ad amplificare la voce della Resistenza. Non è nemmeno evasione dalla realtà ma decisione politica, espressione di lotta e trasformazione sociale. La poesia femminile è spesso stata nel mondo arabo uno strumento per combattere l’orrore ed esorcizzare la paura, un’arma per definire l’autodeterminazione, la ricerca di nuove soluzioni contro il fondamentalismo e le pressioni della struttura patriarcale. Contemporaneamente è espressione del rapporto con l’Altro: l’Occidente. 

Negli ultimi decenni, le attiviste palestinesi hanno combattuto su due fronti: per la liberazione politica (nazionale) e sociale (di genere), insistendo però su quanto esse siano strettamente collegate. La disparità femminile, infatti, deriva non solo dall’oppressione patriarcale, ma soprattutto dalla povertà, dalla violenza politica, dall’instabilità causata dalla lunga occupazione israeliana. Le donne di questo paese hanno largamente contribuito alla formazione dell’identità nazionale: la metafora “Palestine as a woman and women as Palestine” si ritrova nelle opere di vari poeti, tra cui il celebre Mahmoud Darwish. 

Fadwa Tuqan è la “madre della poesia palestinese”, che ha fatto della sua arte una scelta politica ed una modalità di espressione di genere. Fadwa è donna e palestinese, portavoce di due realtà ed esponente di due principali lotte: quella familiare, femminile, di identità repressa e mancata, e quella sociale, di Resistenza all’occupazione. 

La minore di sei bimbi, fu una figlia non voluta, nata in una famiglia estremamente tradizionalista e patriarcale. Ciò a cui aspira fin da giovanissima è la libertà individuale, la possibilità di potersi esprimere. Per questo, le sue prime poesie si basano sulla denuncia della condizione femminile e sulla sofferenza causata dalla mancanza di indipendenza. Il tema ricorrente è la solitudine, di figlia e di donna, in una famiglia sentita come estranea e soffocante; suo fratello Ibrahim, anche lui poeta, fu l’unico faro nel buio della sua gioventù. Ibrahim morì precocemente, instillando in Fadwa un incolmabile senso di perdita.  Avendo vissuto dal 1917 al 2003, a cavallo dell’intero ventesimo secolo, la sua opera è espressione di tutte le correnti e le trasformazioni sociali vissute dalla Palestina moderna. 

Nonostante le restrizioni subite, le donne palestinesi non hanno mai accettato il ruolo di vittime, al contrario, hanno sempre partecipato attivamente alla vita comunitaria, ideando progetti umanitari, dimostrando, fondando movimenti militari e politici. A seguito della Nakba “la Catastrofe” e dell’instaurazione di campi profughi, le difficoltà per le donne aumentarono esponenzialmente: fu impossibile conservare una propria identità o mantenere in sicurezza la propria famiglia, per esempio. 

In quegli anni, Fadwa andò a studiare a Inghilterra, riuscendo finalmente ad emanciparsi sia da un punto di vista personale, sia culturale e a liberarsi di alcuni fardelli, anche se anche qui percepì con brutalità la sua identità nazionale negata. 

“Brutto tempo; e il nostro cielo è sempre coperto di nebbia. 

Ma dì, di dove sei signorina? 

Una Spagnola, forse? 

– No, sono della Giordania. 

– Scusami, della Giordania, dici? 

Non capisco! 

– Sono delle colline di Gerusalemme; della Patria della luce e del sole! – Oh, oh! Capisco; sei un’ebrea! 

Ebrea? 

Che pugnalata mi ferì al cuore! Una pugnalata tanto crudele e tanto selvaggia!” 

Proprio per questo Fadwa decise di tornare in quella sua Patria massacrata ed esprimere tutta la rabbia ed il dolore del suo popolo. 

Nel 1965 fu fondato Il General Union of Palestinian Women (GUPW), l’accesso all’istruzione fu allargato a chiunque ed inoltre, il movimento nazionalista arabo cominciò a coinvolgere anche le donne. Fadwa diventò parte attiva di questi movimenti: le sue opere persero il carattere intimista che la contraddistingueva e iniziò a combattere vere e proprie battaglie sociali con le sue parole, denunciando l’occupazione della sua terra, lottando con le altre donne che correvano costantemente il rischio di venire aggredite fisicamente: diciassettemila donne furono infatti detenute in carceri israeliane. Fadwa raccontò spesso nei suoi testi il dramma (ancora attuale) della violazione di proprietà e dell’abbandono delle proprie case, della sensazione devastante, terribile ed alienante di non avere più la propria terra sotto i piedi. Di non appartenere più a nessuno, a nessuna terra, a nessuna Patria. 

“Fermarmi sul ponte a mendicare un permesso! 

Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di traversata! 

Soffocarmi, perdere il fiato, nel caldo del mezzodì 

Sette ore di attesa… 

Ahi! Chi ha paralizzato le gambe al giorno? 

Il caldo mi flagella la fronte 

e il sudore mi colma di sale gli occhi.”

Con le Intifade, centinaia di giovani morirono e il ruolo del poeta cambiò. La poesia dovette ispirare lo spirito giovanile ed offrirgli un appoggio morale. Anche in questo momento la poesia di Fadwa divenne espressione del momento storico, e dalle sue parole emerge tutta l’ammirazione, seppur disperata, per i combattenti. 

“Hanno tracciato la rotta verso la vita 

l’hanno intarsiata di corallo, di agata e di giovane forza 

hanno innalzato i loro cuori 

sui palmi di carbone, di brace e di pietra 

E con questi hanno lapidato la bestia del cammino 

Questo è il tempo di essere forti, sii forte 

La loro voce è rimbombata alle orecchie del mondo 

e il suo eco si è dispiegato fino ai confini del mondo 

Questo è il tempo di essere forti 

E loro sono diventati forti… 

E sono morti in piedi 

Illuminando il cammino 

scintillanti come le stelle 

baciando le labbra della vita.” 

Fadwa Tuqan è stata definita: “un talento innovativo e originale, figlia di Nablus, montagna di fuoco, figlia della Palestina, educatrice, combattente per la giustizia, icona culturale, eccezionale figura della letteratura”. La sua scrittura è stata voce indelebile della sofferenza e della forza umana, palestinese e femminile. La sua vita e le sue opere hanno profondamente cambiato la percezione della donna nella società palestinese ed è diventata simbolo immortale della lotta per l’autodeterminazione personale e sociale. 

 

Articolo scritto da Raffaella Ronzi su Fernweh