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L’impatto della CEDAW in Palestina

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L’uguaglianza dei diritti delle donne è un principio fondamentale delle Nazioni Unite. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclama il diritto di ogni individuo all’uguaglianza di fronte alla legge e al godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali senza distinzione di sesso. Tuttavia, le donne, discriminate da sempre, hanno dimostrato che una dichiarazione universale è insufficiente a garantire loro il godimento dei diritti concordati a livello internazionale.

La CEDAW

Si è dovuto attendere il 1979 perché l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottasse la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. È entrata successivamente in vigore come trattato internazionale giuridicamente vincolante nel 1981. Al decimo anniversario della Convenzione nel 1989, quasi cento nazioni hanno accettato di essere vincolate dalle sue disposizioni.

L’attuazione della Convenzione è attentamente monitorata. Il Comitato è composto da 23 esperti, nominati dai loro governi ed eletti dagli Stati parti come individui di alta levatura morale e competenza nel campo coperto dalla Convenzione”.

Almeno ogni quattro anni, gli Stati parti sono tenuti a presentare un rapporto nazionale al Comitato, indicando le misure che hanno adottato per dare effetto alle disposizioni della Convenzione. I membri del Comitato discutono questi rapporti con i rappresentanti del governo per ulteriori azioni da parte del paese specifico e fanno raccomandazioni generali agli Stati parti.

Le organizzazioni di donne e femministe possono presentare alle Nazioni Unite dei rapporti denominati “ombra” al fine di dare un punto di vista alternativo sulla situazione dei diritti umani e delle donne nei rispettivi paesi. Questi rapporti sono di fondamentale importanza per avere una valutazione effettiva a 360°.

CEDAW e Palestina

La Palestina cercò di aderire alla CEDAW e dichiarò la sua ratifica con il decreto presidenziale n. 19 del 2009. Dopo essere diventata membro delle Nazioni Unite come Stato osservatore nel 2012, motivo per cui la Palestina ha avuto la possibilità di aderire a diverse convenzioni internazionali e trattati, il 1 Aprile 2014 ha ufficialmente ratificato la CEDAW senza obiettare su nessuna delle sue disposizioni. Esaminando la lista degli stati firmatari della CEDAW emerge che la Palestina è l’unico stato arabo ad aver aderito a questo trattato senza riserve. Ma cosa implica ciò? La Palestina si è davvero dimostrata disposta ad applicare la CEDAW a livello interno e a garantire l’uguaglianza tra i sessi?

Nonostante la firma di diverse convenzioni possa essere considerata una vittoria in materia di diritti umani, è necessario adoperarsi per il raggiungimento degli obiettivi firmati. Anche il ruolo dei movimenti femministi, che si trovano in una nuova fase della lotta all’uguaglianza, diventa cruciale. Occorre fare pressione sui politici al fine di attuare nuove leggi che migliorerebbero le condizioni delle donne in tutta la società palestinese.

La sfida più importante

Con la scelta di non fare riserve la Palestina si è assunta la responsabilità di raggiungere in tutti i modi possibili l’uguaglianza di genere in diversi campi e settori. Questo ha fatto sì che la questione del divieto di discriminazione contro le donne a livello delle leggi penali e di tutta la legislazione statale, e il raggiungimento di una protezione dei diritti delle donne di fronte a diversi crimini come la violenza, sia la sfida più importante che lo Stato di Palestina deve affrontare per soddisfare i suoi obblighi internazionali. Il tutto alla luce delle varie leggi esecutive che non tutelano i diritti delle donne promulgate dagli stati che si sono succeduti nel controllo della Palestina; tra questi l’impero ottomano, il mandato britannico, gli ordini militari dell’occupazione israeliana e, infine, le leggi dell’Autorità nazionale palestinese (ANP).

L’ANP ha cercato di colmare il divario di genere e di promuovere il principio di uguaglianza. Tuttavia, gli ostacoli legati all’occupazione israeliana e alla divisione politica tra le due parti hanno impedito il successo di queste legislazioni e la loro armonia con gli standard internazionali dei diritti umani. Così l’impatto negativo si è riversato sulle donne palestinesi. Sono loro a soffrire cause e conseguenze di un sistema di violenza che proviene dalla tradizione e dalla cultura, con norme sociali patriarcali e quadri giuridici che negano loro una vita dignitosa.

La GUPW e la legislazione interna

Eppure, lo Stato della Palestina aspira a fare progressi nell’attuazione dell’agenda riguardante Donne, Pace e Sicurezza. Gli obbiettivi sono di migliorare la vita delle donne e delle ragazze palestinesi, rafforzare la resilienza; garantire loro protezione dalla violenza legata al conflitto e dalla violenza domestica, promuovendo la loro partecipazione al processo decisionale e di costruzione della pace.

Nel 2014, a seguito dell’adesione alla Convenzione, si sono verificati una serie di cambiamenti a livello istituzionale. Infatti, il governo palestinese ha richiesto di inviare un primo documento sull’implementazione della Convenzione all’assemblea generale delle Nazioni Unite. In linea con ciò, l’Unione generale delle donne palestinesi (GUPW) – la rappresentanza ufficiale delle donne all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) – ha presentato alla Commissione CEDAW un rapporto ombra per mettere in luce la cornice istituzionale dei diritti legali e umani garantiti alle donne.

Tale avvenimento segna il ruolo che questo movimento ha avuto nell’influenzare la legislazione interna e nel fare pressione sull’élite politica del Paese. Hanno richiesto l’adozione di convenzioni in materia di diritti civili delle donne, come la possibilità di richiedere il passaporto per i figli minorenni o di trasferirli in scuole diverse. A noi potrebbero sembrare diritti scontati, ma non lo sono per il popolo palestinese, in particolare per la componente femminile. Grazie alle diverse pressioni, il Primo Ministro palestinese ha richiesto al presidente un emendamento del Codice penale n. 16 (1960) che riduce le sentenze contro chi commette crimini d’onore; ha inoltre sollecitato di annullare l’articolo 308 che garantisce l’impunità a chi sposa la donna che ha stuprato. Questi sono solo alcuni esempi che mettono in luce l’adempiere, in parte, delle norme internazionali.

Il lavoro della Palestina

Il comitato CEDAW ha rilasciato le sue raccomandazioni alla Palestina lo scorso agosto 2020. Il rapporto presenta le procedure e misure politiche messe in atto, che riflettono i principi e i valori fondamentali su cui lo Stato è fondato. Questi includono la pace, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, il pluralismo e il rispetto dei diritti umani. Lo Stato di Palestina ha lavorato intensamente per pubblicizzare nella Gazzetta ufficiale gli strumenti pertinenti dei diritti umani – compresa la Convenzione -, sotto richiesta delle raccomandazioni fatte nel rapporto del 2018. Tuttavia, la Palestina non ha ancora ratificato il protocollo opzionale della Convenzione, limitando un importante meccanismo di risoluzione e responsabilità.

Le leggi necessarie mirano all’eliminazione di tutte le forme di violenza e discriminazione contro le donne, compresa la legge sulla protezione della Famiglia dalla violenza. A tal fine, sono stati istituiti appositi comitati nazionali, come il comitato per l’armonizzazione delle leggi nazionali con strumenti e standard internazionali, e altri comitati di natura più tecnica.

Quali sono le prospettive future insieme alle sfide?

Da quando ha aderito alla Convenzione senza riserve nel 2014, lo Stato palestinese ha affrontato numerose difficoltà nell’attuazione delle disposizioni della Convenzione. Le sfide hanno riguardato anche le raccomandazioni fatte dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne nel 2018 e nel 2020. Queste includono l’occupazione coloniale illegale e le sue violazioni di tutti i diritti del popolo palestinese. Inoltre, le risorse finanziarie sono estremamente limitate e c’è anche stato un considerevole calo degli aiuti internazionali.

Il potere legislativo ha avuto difficoltà a raggiungere unità; Israele ha ostacolato il processo di riconciliazione e lo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative per lo Stato della Palestina. Questa situazione ha ovviamente reso difficile l’emanazione di molti provvedimenti richiesti dal Comitato CEDAW. Gli attuali piani di annessione della terra palestinese violerebbero chiaramente il diritto internazionale, con implicazioni per i diritti del popolo palestinese, in particolare per le donne, compresi i rifugiati e i membri della diaspora. I diritti più importanti sono il diritto al ritorno, il diritto all’autodeterminazione e il diritto dello Stato di Palestina all’indipendenza.

Le nuove priorità

Sicuramente lo stato di emergenza dovuto alla pandemia da Coronavirus e l’attenzione all’assistenza sanitaria sono in prima linea negli obiettivi del Paese. Tuttavia, sarà di fondamentale importanza dare spazio e rispondere alle nuove priorità, come la necessità di sostenere la resilienza delle donne e delle ragazze nelle aree colpite o a rischio di annessione israeliana. È fondamentale concentrarsi sul sostegno alla leadership delle donne nel dialogo interno palestinese e nel settore della sicurezza; così come applicare la Convenzione in modo da massimizzarne l’uso per proteggere i diritti delle donne in tutto il territorio dello Stato di Palestina.

È evidente come questo sia un processo lungo, che vede da un lato il costante monitoraggio da parte del governo ma anche delle ON; dall’altro, una società che lavora insieme ai propri leader e alle Nazioni Unite per esaminare le risorse disponibili e i contributi delle rispettive istituzioni. Ma soprattutto, che impara a mettere in pratica quello che è stato promesso su carta.

Maria Rosa Milanese