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Economie intrecciate

di Federica Sammali
Tra le tragiche conseguenze degli avvenimenti del 7 ottobre 2023, a distanza di 6 mesi dal nuovo inizio di una delle guerre più sanguinose e distruttive che hanno colpito la popolazione palestinese e di Gaza, l’arresto dell’occupazione e la totale chiusura dei confini hanno gettato l’economia israeliana e palestinese in una spirale discendente.


La sospensione dei permessi di lavoro

Protagonisti di una politica sempre più restrittiva — disposta non verso la limitazione quanto piuttosto verso la totale revoca della libertà di circolazione e movimento — sono quei palestinesi che ogni giorno transitano attraverso i checkpoint posti al confine con i territori di Gaza e Cisgiordania, muniti di permesso di lavoro per recarsi in Israele.

All’indomani del 7 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno però cancellato i permessi di lavoro di migliaia di lavoratori per motivi di sicurezza nazionale, impedendo l’ingresso di circa 200.000 lavoratori dalla Cisgiordania, e oltre 18.500 da Gaza che, fino ad allora, lavoravano quotidianamente in territorio israeliano. La mancanza di questi lavoratori in settori chiave come l’edilizia, l’agricoltura e l’industria ha causato una crisi senza precedenti, non solo nei territori palestinesi ma anche nella stessa Israele, evidenziando l’imprescindibile legame tra le due popolazioni.


Revoca dei permessi: perdita di forza lavoro

In Israele, settori come quello dell’edilizia contano per lo più sulla manodopera palestinese: prima della revoca dei permessi, i palestinesi rappresentavano un terzo dei lavoratori edili su territorio israeliano. Essi erano impiegati principalmente nelle prime fasi dei lavori di costruzione. Ciò significa che, senza di loro, circa il 40% dei cantieri edili non può proseguire con la propria attività.

Questa grave carenza di manodopera e la conseguente crisi economica causata dall’assenza dei lavoratori palestinesi nei settori edilizio, ma anche agricolo e industriale, oltre ad avere ripercussioni sull’economia palestinese (il cui 25% del PIL deriva dall’attività condotta su territorio israeliano) arriverebbe a costare all’economia di Israele circa 3 miliardi di shekel (750 milioni di euro) al mese.

Inoltre, la dipendenza dalla manodopera straniera per colmare il vuoto lasciato dai lavoratori palestinesi è insostenibile e complica ulteriormente la situazione. 

La successiva decisione del governo israeliano di triplicare la quota di lavoratori stranieri autorizzati a entrare in Israele (portandola a oltre 65.000), non ha riscosso successo, data la lungaggine del processo e i ritardi negli arrivi.

Finora, dunque, solo poche decine di migliaia di palestinesi hanno recuperato l’autorizzazione per ritornare nei luoghi di lavoro. Il vuoto economico continua, tuttavia, a risuonare su entrambi i lati dei confini.


Le conseguenze sull’occupazione

Le onde d’urto economiche della guerra e delle restrizioni in corso hanno aggravato ancor di più la crisi economica e umanitaria a Gaza e in Cisgiordania. I dati raccolti da ILO (International Labour Organization) riportano una perdita di circa 201.000 posti di lavoro nella Striscia di Gaza, circa due terzi dell’occupazione totale dell’enclave, alla fine di gennaio 2024. Nello stesso periodo, 306.000 posti, equivalenti a circa un terzo dell’occupazione totale, sono stati persi in Cisgiordania. I tassi di disoccupazione registrano ora un’impennata che va dal 42,7% al 45,5% nella totalità dei territori palestinesi occupati.

Ma l’economia israeliana non è egualmente indenne. La guerra a Gaza continua ad avere delle conseguenze dirette sulla forza lavoro del Paese. Secondo le stime del ministero, a inizio anno, il 18% dei lavoratori israeliani ha dovuto interrompere le proprie attività lavorative. L’allontanamento di queste risorse ha colpito alcuni settori chiave dell’economia israeliana. Ad esempio, le aziende hi-tech hanno visto i propri uffici svuotarsi e ciò ha comportato un contraccolpo in termini di produzione, vendite e raccolta fondi. 


Un crescendo di abusi

Ad aumentare poi la tensione in Cisgiordania e a Gaza hanno contribuito i crescenti casi di violenza a danno dei lavoratori palestinesi. Secondo un’indagine condotta da Human Rights Watch a inizio gennaio 2024, le autorità israeliane hanno trattenuto migliaia di lavoratori di Gaza, muniti di regolari permessi di lavoro in Israele, in isolamento per diverse settimane dopo il 7 ottobre, sottoponendo alcuni di loro a condizioni disumane e degradanti. Michelle Randhawa, funzionaria per i diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch, ha dichiarato che “la ricerca dei responsabili e degli complici degli attacchi del 7 ottobre non giustifica l’abuso dei lavoratori a cui era stato concesso il permesso di lavorare in Israele“. Israele non ha, finora, rilasciato dichiarazioni.

Le perdite economiche su vasta scala, sia in Palestina che in Israele, mettono in luce soprattutto la fragilità delle economie locali, così come la loro dipendenza reciproca. Ma dietro le cifre che illustrano il drammatico declino delle due economie, vi sono anche ingenti ripercussioni sociali ai danni delle popolazioni coinvolte. I lavoratori palestinesi, già esposti a discriminazione e disparità, sono, infatti, isolati ed emarginati da politiche sempre più restrittive, subendo ingiustizie che minano la loro dignità e i loro mezzi di sostentamento. Questa realtà evidenzia l’urgente necessità di affrontare le conseguenze economiche dei conflitti, ma anche le ingiustizie e le disuguaglianze sistemiche che perpetuano questo lungo ciclo di oppressione e sofferenza.