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Intifada Studentesca

Di Chiara Sinigaglia

Dopo i casi emblematici dei college statunitensi, l’Intifada studentesca amplifica il grido d’aiuto e di denuncia da parte del popolo palestinese.

Cerimonia di laurea con sguardo Palestina


24 maggio 2024, giorno conclusivo della cerimonia di consegna dei diplomi di laurea all’Università di Harvard, Stati Uniti. Oltre 1000 persone, studenti e loro familiari, interrompono l’evento ufficiale per lanciare un corteo diretto verso la Chiesa di Harward-Epworth. Li con una cerimonia parallela vogliono ancora una volta mostrare solidarietà al popolo palestinese e ai 13 studenti coinvolti negli episodi di protesta delle scorse settimane a cui è stato negato l’accesso all’evento, così come la consegna del diploma di laurea. L’azione arriva come apice di un mese di proteste a sostegno della causa palestinese guidate dal movimento Harvard Out of Occupied Palestine (HOOP), iniziato alla fine di aprile con l’occupazione dell’Università e che aveva trovato un accordo tra studenti e board dell’Università per lo smantellamento dell’accampamento verso metà maggio, senza per questo porre un freno a metodi di protesta alternativi.


L’Intifada studentesca e la sua portata globale


Ma quello di Harvard è solo un esempio dell’ondata di proteste a supporto della Palestina e contro Israele nella guerra a Gaza che ha preso piede nei college statunitensi in questa primavera, capitalizzando sul modello di protesta spagnolo. Alla Columbia University, il 17 aprile alcuni studenti si posizionarono con le loro tende nel prato dell’Università, riaffermando ancora una volta ciò che mesi primi, dopo l’inizio del conflitto nell’ottobre del 2023, avevano già richiesto – solidarietà al popolo palestinese e l’annullamento di ogni rapporto dell’Università con controparti accademiche israeliane.

Un’escalation della protesta fino all’occupazione della Hamilton Hall e il conseguente intervento della polizia e decine di arresti ha avuto risonanza globale, con un effetto a farfalla che ha portato alla replica del meccanismo di protesta studentesco oltre i confini continentali, acclamando in modo univoco la fine del genocidio del popolo palestinese, la sospensione di ogni rapporto accademico tra le istituzioni universitarie ed Israele e, a seconda dello Stato di interesse, una presa di posizione dello stesso contro la violazione del diritto internazionale in atto a Gaza a opera di Hamas e di Israele. E se nel panorama intellettuale politico l’avanzata verso una terza intifada torna a riecheggiare con preoccupazione dopo l’attacco delle forze israeliane a Nablus, lo stesso termine prende piede nell’opinione pubblica globale per definire le proteste sopracitate:
l’Intifada studentesca, assumendone connotazione etimologica originale (scuotimento, sollevazione in Arabo) e acquisendone denominazione propria, assume potere e diventa fattuale con forma e contenuto definiti.

L’Intifada studentesca nelle università italiane


In Italia, dopo il lancio della protesta all’Università di Bologna il 5 maggio, di intifada studentesca con la relativa occupazione e protesta da parte degli studenti se ne parla ad oggi in 20 università italiane, con mobilitazioni, occupazioni ed iniziative complementari sostenute da molteplici associazione e movimenti a sostegno della causa palestinese molteplici, a seconda della loro collocazione geografica. In risposta alla mobilitazione nazionale invocata dai Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), le proteste hanno coinciso o si sono rafforzate in concomitanza del 76esimo anniversario della Nakba (15 maggio), l’esodo forzato del popolo palestinese avvenuto nel 1948. Come delineato da Federica Pennelli in un suo articolo per l’editoriale Domani, le richieste degli studenti coinvolti nell’intifada nei confronti dei rispettivi rettori uniscono l’Italia da Nord a Sud: sospensione degli accordi con atenei e aziende localizzate in Israele attraverso la Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) e il boicottaggio del sistema accademico israeliano.


Il silenzio delle università israeliane


Se nel mondo la mobilitazione amplifica una richiesta unanime, da più fronti, per la fine della strage al momento in atto, nel terreno del conflitto l’apparente silenzio fa da protagonista. Un silenzio forzato nella Striscia di Gaza, tutte le università palestinesi sono state colpite dagli attacchi delle forze armate israeliane, con una stima di almeno 95 professori universitari uccisi. Un silenzio probabilmente voluto quello invece in Israele: nessuna protesta, nessuna mobilitazione, il calendario accademico che prosegue quasi indisturbato.

Sebbene l’opposizione al governo di Netanyahu sia stata più volte portata avanti nel mondo accademico, il fulcro della protesta ha riguardato finora il suo tentativo di indebolire il sistema giudiziario – ma nessun riferimento al massacro in corso, né all’oscuro destino degli ostaggi di Hamas come diretta conseguenza degli attacchi delle forze israeliane. Nei lievi spiragli di dichiarazioni contro Israele, la sospensione degli stessi fautori accademici di queste opposizioni come nel caso dell’Università Ebraica di Gerusalemme non fa altro che rinforzare il rischio per il mondo accademico israeliano di essere silente sostenitore di una perpetuazione di violenze che, confermato o meno l’accusa di genocidio, rappresenterà in futuro un peso di responsabilità e omissioni nei confronti delle controparti universitarie sparse per il mondo difficile da alleviare.