Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina, di Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito e Federica Timeto, è un saggio che si colloca con forza all’interno del pensiero decoloniale contemporaneo, rifiutando ogni pretesa di neutralità e proponendosi come strumento critico e politico. Il testo parte dall’assunto che il potere coloniale non si eserciti soltanto attraverso il controllo territoriale, ma anche — e soprattutto — attraverso la gestione della vita biologica, della sessualità e della riproduzione.
Il concetto di “genocidio riproduttivo” diventa la chiave interpretativa centrale: non si tratta esclusivamente di violenza diretta, ma di un insieme articolato di pratiche strutturali che incidono sulla possibilità stessa di una popolazione di continuare a esistere nel tempo. Restrizioni alla mobilità, accesso diseguale ai servizi sanitari, precarizzazione delle condizioni di vita, separazione delle famiglie: tutti questi elementi concorrono a produrre un lento ma sistematico logoramento della capacità riproduttiva e sociale del popolo palestinese. In questa prospettiva, la riproduzione smette di essere un fatto privato e si rivela pienamente come questione politica.
Le autrici dialogano implicitamente con il dibattito sulla biopolitica, mostrando come il controllo dei corpi non sia neutrale, ma inscritto in rapporti di potere globali segnati dal colonialismo. Tuttavia, il libro non si limita a una rielaborazione teorica: integra analisi e dimensione materiale, rendendo evidente come queste dinamiche si traducano in esperienze concrete e quotidiane. Il corpo diventa così il luogo in cui il potere si inscrive, ma anche lo spazio da cui può emergere la resistenza.
Ed è proprio sul tema della resistenza che il testo assume una dimensione particolarmente significativa. Spermopolitica rifiuta una narrazione esclusivamente vittimizzante e mette invece in luce le pratiche di autodeterminazione che attraversano la società palestinese: generare figlǝ, mantenere legami affettivi, costruire comunità e prendersi cura diventano atti profondamente politici. In questo senso, la riproduzione non è solo ciò che viene controllato, ma anche ciò attraverso cui si resiste al tentativo di cancellazione.
Il linguaggio scelto è accessibile, ma attraversato da una forte tensione etica e politica. Le autrici non cercano un equilibrio apparente tra le parti, bensì assumono una posizione chiara, invitando il lettore a riconoscere le implicazioni globali di queste dinamiche. Il testo chiama in causa anche chi legge, sollecitando una presa di coscienza rispetto alle responsabilità collettive e alle narrazioni dominanti che tendono a neutralizzare o depoliticizzare la violenza coloniale.
Questa scelta rende il libro potente e necessario, ma anche potenzialmente divisivo: chi cerca un’analisi distaccata potrebbe percepirne il carattere militante come un limite. Tuttavia, è proprio questa radicalità a costituire uno dei suoi principali punti di forza, perché restituisce al discorso la sua urgenza politica e morale.
In conclusione, Spermopolitica è un saggio breve ma estremamente denso, capace di coniugare teoria, analisi e impegno. Offre strumenti per leggere la questione palestinese oltre le narrazioni semplificate, inserendola in un quadro più ampio di colonialismo, controllo dei corpi e resistenza. È una lettura che non lascia spazio all’indifferenza, ma spinge a interrogarsi, a prendere posizione e a riconoscere che le lotte per la vita e la riproduzione sono, oggi più che mai, lotte politiche fondamentali.
“Controllare la vita significa controllare il futuro: resistere, allora, è continuare a generarlo.”
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