Suad Amiry, nata a Damasco nel 1951, è architetta, scrittrice e attivista palestinese. Ha fondato a Ramallah nel 1991 il centro per la conservazione del patrimonio architettonico palestinese (RIWAQ).
Se non la conoscete, “Sharon e mia suocera. Se questa è vita” vi aprirà una finestrella sul suo mondo interiore, svelando cosa vuol dire essere palestinesi e decidere di tornare a casa, consapevolmente, dopo essere nati e cresciuti altrove per cause di forza maggiore. Il libro è un patchwork di alcune pagine dei suoi diari sotto assedio, in cui l’autrice riporta i giorni di vita quotidiana passati nei Territori occupati alle prese con un dottorato che tarda a finire, una suocera un po’ dura di orecchio e un marito che rischia di finire in carcere per le sue battute inopportune un giorno sì e l’altro no.
Dall’infanzia a Damasco agli anni di lavoro accademico in Libano e all’estero, fino al ritorno a Ramallah, Suad Amiry tratteggia con delicatezza e sottile umorismo la realtà di chi vive la diaspora, senza risparmiare al lettore l’amarezza di una ferita storica ancora aperta e pulsante. La sua scelta di tornare a vivere a Ramallah per amore significa per lei confrontarsi direttamente con tutto ciò che composta vivere da palestinesi nei Territori occupati: l’odissea per ottenere il passaporto dopo essere convolata a nozze, i soprusi quotidiani, i coprifuoco improvvisati e anche, tra le cose più spaventose, la difficoltà di prendersi cura l’uno dell’altro quando l’occupante è onnipresente e vigile.
Muhammad (il coordinatore delle attività di Riwaq) doveva aver impiegato almeno un mese a raccogliere i documenti di viaggio, i permessi e i visti necessari ai dodici membri dello staff, alle loro mogli e ai loro figli, venti persone in totale. Sebbene fossimo un “gruppo nazionale omogeneo” (tutti palestinesi che vivono sotto occupazione), quando si trattava di documenti di viaggio, avevamo almeno sette diversi tipi di status legale:
- palestinesi della Cisgiordania con passaporto palestinese;
- palestinesi della Cisgiordania con passaporto diplomatico VIP;
- palestinesi della Cisgiordania con passaporto giordano;
- palestinesi di Gerusalemme (residenti in Israele, ma senza cittadinanza israeliana) con documenti di viaggio israeliani;
- palestinesi di “Israele 1948” con passaporto israeliano;
- palestinesi della Cisgiordania con passaporto canadese;
- palestinesi della Striscia di Gaza con passaporto palestinese residenti in Cisgiordania.
L’unica categoria non rappresentata nel nostro gruppo era quella dei palestinesi con passaporto palestinese residenti nella Striscia di Gaza. Non mancano momenti di divertimento e risate, tra gli amici fissati con le buone maniere durante le brevi pause tra un coprifuoco e l’altro, la cagnolina Nura portata clandestinamente dal veterinario israeliano, le lunghe insistenze di una suocera che non si sa se “ci è o ci fa” e i piccoli gesti di resistenza all’occupazione che a tratti prendono dei risvolti buffi, sicuramente umani.
Non mi ci volle molto a decidere di servirmi del passaporto di Nura. “Posso vedere il suo permesso e quello della macchina?” chiede il soldato fermo al checkpoint di Gerusalemme. “Io non ce l’ho, ma sono l’autista di questo Cane di Gerusalemme” rispondo, porgendo al soldato il passaporto di Nura. “Maze? (Cosa?)” chiede il soldato facendo una buffa faccia. Sembra piuttosto divertito all’idea. Prende il passaporto di Nura e comincia a sfogliarlo. “Sono l’autista del cane. Come può vedere, Nura è di Gerusalemme ed evidentemente non può guidare la macchina o andare a Gerusalemme da sola.” “E lei è la gvhsua agvhtista?” dice il soldato israeliano scoppiando a ridere. “Sì, bisogna pure che qualcuno le faccia da autista” rido a mia volta. Il soldato mi guarda attentamente, dà un colpetto affettuoso sulla testa di Nura, che è tuttora affacciata al finestrino, mi porge il suo passaporto, e a voce alta dice: “SA’A…VA’”.
Con la sua ironia e la sua determinazione, Amiry ci ricorda che i palestinesi sono persone normali e che come tutti cercano di tirare avanti e vivere un’esistenza completa, tranquilla, ogni tanto avventurosa. Il suo diario riflette questo bisogno di normalità e di serenità, il bisogno della libertà di essere se stessi senza appiattire la propria identità a quella della vittima. Ariel Sharon e le sue politiche le hanno tolto molto, ma non possono toglierle tutto, è questo che cerca di dirci raccogliendo le sue memorie e mettendocele di fronte. Non si è sconfitti finché non si getta la spugna.
Con il fine di dare visibilità, per comprendere, per imparare a conoscere quello che è la cultura palestinese aldilà della pornografia del dolore a cui siamo abituatə, ma naturalmente non dimenticandoci delle vere situazioni attuali, abbiamo deciso di iniziare un Bookclub.
Ogni mese discuteremo un libro, introdotto da un articolo sul sito, che racchiude in sé, declinato in diversi modi, il tema palestinese. Proseguiremo con un incontro di lettura a Brigata Alice per discuterne insieme.
Se sei un’editorə e vuoi collaborare con noi contattaci!
Io sono Cristina, e vi accompagnerò in questa lettura.
